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[Originariamente pubblicato in data 21 settembre 2017]
Questo articolo non ha grandi contenuti da offrire e lo scrivo soltanto perché più di una persona mi ha chiesto quali sono le mie fonti di aggiornamento circa tematiche complesse di politica estera. Prima di enunciare l’insieme di fonti da cui normalmente traggo le mie informazioni, vorrei specificare alcuni principi guida. Mi farò guidare da alcune delle più frequenti domande che mi vengono rivolte e a cui ogni volta devo dare risposte simili. Esse sono molto più diffuse di quanto non si pensi:
1. E’ vero che l’informazione dei media tradizionali non è attendibile?
Da filosofo, mi verrebbe da chiedere “cosa intendi con la parola attendibile”. Se con “attendibile” vuoi dire che è “realistica”, intendendo “che rappresenta la realtà dei fatti” allora sono relativamente attendibili. Qualcosa là fuori nel mondo esiste. Se con attendibile intendi “affidabile”, allora le cose purtroppo non stanno necessariamente così. Con “affidabile” intendo che le descrizioni dei fatti sono statisticamente più vere che false (anche all’interno dello stesso insieme di informazioni, ad esempio un servizio specifico di telegiornale). Infatti, bisogna fare un discrimine tra i media. I media tradizionali sono molto utili per questioni di politica interna o per fatti su cui dispongono di personale addetto sul campo (quindi la strage di paese, anche se molto polarizzata o strumentalizzata, può essere descritta efficacemente). Infatti, è possibile che i media tradizionali forniscano una particolare valutazione dei fatti, ma dietro alla valutazione si riesce a rintracciare i fatti. Mentre la politica interna non è tanto una questione di fatti, quanto di analisi, idee e valutazioni: cosa che si può fare senza impegnarsi sulla resa concreta di fatti. Ci vuol poco a parlare di ciò che un politico ha fatto, mentre ci vuole molto per capire se quel che ha fatto ha un senso. Cosa del tutto diversa, invece, è la politica estera proprio perché è elusiva e va compresa attraverso lunghe analisi storiche che, usualmente, non vengono offerte al pubblico e si è lecitamente disposti a sospettare che le si conosca anche a grandi linee. Inoltre, le informazioni sui fatti lontani (per esempio, notizie provenienti da qualche teatro di guerra) vengono acquistate da pochissime agenzie di informazione, di origine angloamericana.
Cormac McCarthy ci descrive la distopia d’una società apocalittica in cui si rimane in possesso unicamente d’un carrello della spesa, e per strada. Il consumismo non ci abitua mai al peggio, ossia all’inedia. Né da quello dovrebbe ricominciare la civiltà, forse. Anastasia ha posato per una fotografia unicamente al bianconero. Lei è stata inquadrata sulla sedia, dal modello classicamente spartano. Nello sguardo, noi tendiamo a percepire una fierezza mista alla malinconia. C’è l’abbandono delle mani, col contraltare della cintura dove gli oblò potrebbero ondeggiare verso una riva lontana. Noi immaginiamo una configurazione a “carrello della spesa” per il top monospalla. Anastasia cavalca la sedia in modo innaturale, quasi “consumandola”. Esteticamente, la fotografia si percepisce all’esistenzialismo del bohemien. Le gambe sarebbero state tagliate lasciando un lembo di pelle come rotella, per un carrello rispetto alla sedia.
Cormac McCarthy describes for us the dystopia of an apocalyptic society where we remain in possession only of a shopping cart, and on the road. The consumerism never gets us used for the worst, namely to the starvation. Neither from that a civilization should restart, maybe. Anastasia posed for a photography only in black and white. She was framed in the chair, with a model classically spartan. In the gaze, we tend to perceive a pride mixed with a melancholy. There is the abandonment of the hands, with the counterbalance of a belt where the portholes could ripple into a distant shore. We imagine a configuration as “shopping cart” for the one shoulder top. Anastasia rides the chair in unnatural way, almost “consuming” it. Aesthetically, the photography is perceived at the existentialism of the Bohemian. The legs would have been cut leaving a flap of skin as small wheel, for a cart compared to a chair.
A Venezia, per la Biennale 2026, presso la sezione dell’Arsenale si possono vedere gli allestimenti in tessuto di Tabita Rezaire, nata a Parigi anche se residente nella Guyana francese. Quasi pare che il tradizionale culto per la Madre Terra rimbombi al tamburo d’uno “stendibiancheria” per i petroglifi. Si tratta di far resuscitare addirittura le rocce, cosicché i fossili si concentreranno sulla plasticità delle ossa, per inseguire l’orizzonte emergente. A Venezia gli allestimenti sono stati accompagnati da una didascalia, a cura di Alexis Pauline Gumbs.
Tabita Rezaire opta per un tessuto tinto di indaco. La sera lucida il cielo sereno tramite il fragore ammortizzato delle stelle. Spiritualmente, l’ascensione fossilizza il terremoto (in cui si perde la stabilità). La Guyana francese in passato fu sfruttata pure per la colonia penale. Nei pannelli per l’installazione che si chiama Omo Elu, appare il disegno per la dea Yemoja. Lei nella mitologia del popolo Yoruba governa l’acqua. L’indaco, ricavabile da piante che crescono nella Guyana francese, si percepiva “abissale” nello sfruttamento voluto dai colonialisti d’oltreoceano. Un secondo allestimento, dal titolo Mother Trinity, schiaccerebbe il tamburo attraverso il disco. Ad un antropologo interessa il “manifesto” d’una cultura, all’interno delle diverse epoche; così la teca sigillata dell’archeologo sarà dibattuta sul “panno” della ritualità. L’allestimento dal titolo Mother Trinity non si limita a citare il tondo rinascimentale. C’è da preservare l’archetipo del tronco, dove gli anelli si sbattono per ipnotizzare. Il rituale si tramanda pedagogicamente, in una cultura. La Guyana francese ha una grande densità di foresta tropicale, dove è perfino straordinaria la biodiversità. Esiste il “tamburo” per la stagione delle piogge. L’antichissimo Massiccio della Guyana ha lo “stendibiancheria” del tepui, dove la forma del tavolo dà l’ascensione a quella della grotta coi petroglifi.
A Venezia, per la Biennale d’Arte 2026, è visitabile il Padiglione Nazionale di El Salvador, avente le sculture di José Oscar Molina, e presso il Palazzo Mora. Esteticamente, gli interessa uno snodo per la mente oltre ogni tensione del corpo. La mostra, che s’intitola Cartographies of the displaced, è stata curata da Alejandra Cabezas. La società contemporanea si trasforma grazie alle migrazioni. Questo comporta una dissoluzione dei confini politici. El Salvador rientra in un corridoio geografico, fra le due Americhe. L’uomo odierno appare costantemente “sradicato” all’incertezza degli spostamenti. C’è lo stress per quei progetti di vita che faticano a realizzarsi. Allora si reagirà per flessibilità, con la riqualificazione dell’ambizione? Le sculture di Molina hanno teste che “spuntano come spore di funghi”, in cima a colonne di “bruchi per stalagmiti”. E’ arduo mappare una grotta: più diramazioni potrebbero restringersi. La farfalla libra casualmente, senza avere una meta fissa. In una grotta, il campo elettromagnetico per la telefonia salta: le antenne si faranno “sballottare”, fra le rocce. La stalagmite è di snodo per il ristagno. La preoccupazione per il disorientamento si previene dal filo di Arianna: e non solo mitologicamente! Ma quanto al “bruco” sarà concesso di potersi rifare una vita, in un simbolismo per la politica?
Con Luigi Meneghello, la morra cinese al sasso-carta-forbici non prevede l’escamotage del pertugio, che invece è frequente nel corpo umano: dall’occhio, dalla narice, dalla bocca, dall’orecchio ecc… coi sensi aventi le loro peculiarità. Cristina è stata inquadrata per uno scatto al bianconero. Lei posa accovacciandosi. Ci piace immaginare la dialettica d’una “morra cinese”: tra la carta del cappotto (che s’allunga fino ai piedi), le forbici delle braccia (che s’incrociano) ed il sasso della testa (che è ampliato dalla mano sulla guancia). Però lo scatto dovrà esaltare il “pertugio” dello sguardo, che ci seduce.
With Luigi Meneghello, the rock-paper-scissors does not envisage the gimmick of a narrow opening, which instead is frequent in the human body: from the eye, from the nostril, from the mouth, from the ear… with the senses which have their peculiarity. Cristina was framed for a shot in black and white. She poses crouched. We like imagining the dialectics of the “rock-paper-scissors”: between the paper of the coat (which stretches out until the feet), the scissors of the arms (which are intersected) and the rock of the head (which is enlarged by the hand on the cheek). However the shot will have to exalt a “narrow opening” of the gaze, which seduces us.
A Venezia, per la Biennale d’arte 2026, si può visitare per la prima volta il Padiglione di Nauru, con opere in collettiva tramite autori nati in Paesi diversi: Kauw Tsitsi, CPS (Khaled Ramadan ed Alfredo Cramerotti), Patricia Jacomella Bonola, Tedo Rekhviashvili, Sylvia Grace Borda, Ron Laboray, Dorian Batycka, Khaled Hafez, Iv Toshain, Stefano Cagol. La sede si trova allo Spazio Castello 3683. Il titolo della mostra è Aim inundated: imagining life after land. Uno degli artisti, Khaled Ramadan, ha fatto la curatela. Innanzitutto bisogna ricordare che Nauru è il più piccolo fra gli Stati insulari del mondo. Così gli sconvolgimenti climatici dell’era contemporanea toccherebbero davvero la “sensibilità” dei residenti (mancando l’approssimazione “difensivista” per sottovalutazione del tipo < Perché mai dovrebbe succedere proprio a me? >, che in Occidente blocca per “miopia” i governi, in tante ma inutili riunioni). Nauru ha conosciuto una storia di “pressioni” interne, sull’estrazione del fosfato da velocizzare. Ma non si temette il pericolo dell’esaurimento. Oggi la dialettica tra il consumismo e l’ambientalismo rimane. C’è l’innalzamento ineluttabile degli oceani, mentre l’industria estrattiva progetta di riqualificarsi dai fosfati al manganese, sui fondali che hanno una biodiversità meritevole di preservazione. Venezia vive un simile paradosso, fra le paratoie del MOSE ed il Canale dei Petroli. La bandiera di Nauru indica la posizione dell’isola rispetto alla linea dell’equatore. Tuttavia non si può colonizzare una stella. L’umanità dovrà ripulire la Terra dall’inquinamento. La storia ci attesta che nemmeno l’esotismo ha evitato il colonialismo, purtroppo. A Nauru la percentuale d’immigrati è alta; loro virtualmente “solleveranno” il falso atollo, in quanto (r)accolti, alla morbidezza per una calamita. L’isolamento progredisce tramite la coralità. Ricordiamo il motto a chiasmo di Alexandre Dumas che caldeggia il < tutti per uno, uno per tutti >. Nauru non ha l’arcipelago. Dunque diventa più spontaneo l’appoggio ad un organismo sovranazionale, per correggere le criticità appartenenti a tutti. Ad esempio il consumo della plastica mondiale si concentra in un falso continente, il quale galleggia sull’Oceano Pacifico. Il fosfato è utilizzato per detergere, anche se a Nauru la natura lascia le spiagge bianchissime; il manganese è utilizzato per le batterie, con l’isolamento di Nauru che necessita d’un minimo di connessioni, come dal turismo.
Alla pubblicazione del saggio di René Girard Menzogna romantica e verità romanzesca (1961), si aprirono nuove e affascinanti chiavi di lettura critica delle opere. Il saggio si premurò di sovvertire e scardinare, nella loro completezza, le istanze millantatorie di un desiderio autentico che avevano contraddistinto gli ideali filosofico-morali dell’uomo d’epoca romantica e post-romantica, che pur affondavano profonde radici nella poetica d’amore d’ogni tempo, fin dalla classicità latina. Ponendo in luce la fallacia di una pretesa di desiderio spontaneo, Girard, “intellettuale irregolare”,[1] propose una serie di esempi a supporto della sua tesi dalla schiera dei grandi classici letterari: dapprima nel Don Chisciotte come apogeo del desiderio triangolare, identificando il voto alla cavalleria del Chisciotte come frutto della mediazione di Amadigi, e le mutazioni che subiscono i desideri di Sancho Panza per mediazione del Chisciotte; di seguito con il caso di Emma Bovary nel romanzo di Flaubert, il cui desiderio è mediato dalle mediocri letture giovanili; e ancora con gli eloquenti casi de Il rosso e il nero di Stendhal, e della Recherche proustiana, approdando infine ai molteplici casi degli eroi di Dostoevskij. Una selezione canonistica certamente di prim’ordine, che tuttavia non approda al versante della poesia latina, ancorandosi di fatto da ciò il titolo ben intende, la menzogna romantica e la verità romanzesca. Tentando di sovrapporre le categorie in questione, vale a dire ricercando queste “filigrane girardiane” nella poesia della classicità latina, si scopre – forse non con grande sorpresa – che il risultato non cambia.
Con un contributo di eccelso valore, Gianpiero Rosati (2022: 32-35) ha messo in evidenza la straordinaria anticipazione in Ovidio del meccanismo psicologico girardiano del desiderio, con una considerazione ad ampio spettro che ha abbracciato tanto l’Ovidio elegiaco delle opere giovanili, quanto le Heroides e le Metamorfosi. Il presente lavoro, debitore del contributo del professor Rosati,[2] e sulla scorta di Girard, si pone come obiettivo critico quello di porre in evidenza le tracce significative di un desiderio mediato. Si prenderanno in considerazione i tre principali trattati d’amore Ovidiani in distici elegiaci, vale a dire gli Amores, l’Ars Amatoria e i Remedia amoris,[3] al fine di scovare, nelle relazioni che Ovidio presenta come esemplificazione delle proprie tesi, un desiderio triangolare sotteso quanto normalizzato nel suo essere. Il presente contributo si pone come fine ultimo quello di incrementare il corpus dei passaggi, dalle sopracitate opere, che presentano una peculiare traccia, più o meno evidente, di desiderio mediato.
Immagine creata tramite il modello di generazione di immagini di OpenAI (ChatGPT)
Da sempre l’essere umano cerca di comprendere il mistero della bellezza che affascina e rapisce. Perché alcune immagini, parole o melodie o anche alcuni oggetti riescono a toccarci profondamente? Perché un’opera d’arte, pur essendo spesso frutto dell’immaginazione di un individuo vissuto in un’altra epoca, lontana nel tempo, può ancora parlare alla nostra sensibilità e suscitarci emozioni che non riusciamo a descrivere?
Queste sono alcune delle domande alle quali tenta di rispondere l’estetica, la disciplina filosofica che riflette sull’esperienza del bello, dell’arte e della percezione sensibile. Il termine “estetica” deriva dal greco aisthesis, “sensazione”, e richiama subito un aspetto fondamentale: l’arte non appartiene soltanto alla ragione, ma anche a ciò che sentiamo attraverso i nostri sensi; coinvolge il nostro corpo, le emozioni che proviamo e il modo in cui ciascuno di noi abita il mondo.
Tra tutte le arti, la musica possiede un carattere particolarmente enigmatico, che la differenzia dalle altre. Nonostante Schumann nell’Ottocento dichiarasse che ciò che cambia nell’estetica musicale rispetto alle altre è soltanto il materiale[1], c’è almeno un fattore che distingue la musica dalle altre arti: “… l’alto grado di specializzazione tecnica che essa richiede sia al musicista compositore, sia al musicista interprete.”[2] Si tratta di un’affermazione che coglie nel segno perché il poeta e lo scrittore, sebbene a un livello certamente più alto, utilizzano il linguaggio, strumento che tutti usiamo, per la creazione delle loro opere e, in misura minore, anche il pittore utilizza i colori con i quali, anche se in maniera rudimentale, tutti noi possiamo cimentarci se non altro come mezzo comunicativo. Con la musica, a meno che non utilizziamo la voce e a patto di essere intonati, questo non è possibile. Per suonare bisogna conoscerla. Essa non raffigura qualcosa di visibile, non racconta sempre una storia e non utilizza concetti definiti, eppure, forse in misura maggiore delle arti visive, riesce a comunicare stati d’animo, atmosfere vibranti e significati profondi. La musica sembra parlare un linguaggio primigenio che precede le parole, che arriva dove le parole non trovano la strada. Arte del tempo, proprio come la poesia, essa se ne distingue per la necessità di un interprete altamente preparato e sensibile per la sua esecuzione.
A Venezia, dal 20 Giugno al 18 Luglio, è visitabile presso La Vetrina (Swiss culture) una mostra d’arte contemporanea che s’intitola Frammenti, con le fotografie di Karla Hiraldo Voleau. Valgono essenzialmente i ritratti, da un reportage su giovani italiani che vivono in regioni diverse. L’artista nasce nel 1992, e dunque rientra in una di quelle generazioni che tendono a manifestare i propri sentimenti tramite una condivisione globale, con la tecnologia digitale. Ovviamente in passato era necessario che si prendesse coraggio, ai cortei in città per la rivendicazione dei diritti progressisti.
Oggi la tecnologia digitale ci nasconde molto, per esempio dietro ad un nickname. Quindi gli ideali si renderanno meno “nobili”? Gli italiani nati dagli anni ’70 in poi sono cresciuti in famiglie capaci di passare dalla “rivoluzione sognata” al paradosso d’una neo-borghesizzazione. Questo comporta che ci si accontenti dei valori orizzontali, limitatamente ai progetti personali di vita. L’artista potrà indagare il “termine medio”, sociologicamente. Ad esempio il femminismo riguarda pure una cura contro le violenze domestiche. La tecnologia digitale può favorire “nascostamente” le campagne illecite, o comunque approssimative (con le fake news). Una vita fatta di vicissitudini negative va a ripercuotersi sulla fiducia verso lo Stato. Politicamente si può approfittare del sensazionalismo. La mancanza di risorse o peggio di pace, che costringe all’immigrazione, termina nel disorientamento delle seconde generazioni. A scuola si dibatte moltissimo riguardo la didattica migliore da proporre: dalle conoscenze (propedeutiche) alle competenze (progressiste). I progetti di convivenza civile si concentrano primariamente sulla prevenzione del bullismo, della depressione più o meno acuta, dell’alimentazione scorretta ecc…
Acquisiamo molto presto determinati concetti di bontà e cattiveria morale che poi manteniamo per tutta la vita? Oppure acquisizione e sviluppo della facoltà di giudizio morale sono caratterizzati da radicali cambiamenti nei concetti morali fondamentali?
Ad affrontare queste domande è uno studio sperimentale recentemente pubblicato sulla rivista Journal of Experimental Child Psychology, firmato dai ricercatori dell’Università di Trento (Polo di Rovereto) Francesco Margoni e Luca Surian.
Lo studio riporta che anche i bambini più piccoli, di soli tre anni, in un compito adeguatamente semplificato, riescono a esprimere un giudizio morale che riflette la presenza in loro di concetti morali che secondo alcune teorie dovrebbero svilupparsi solo qualche anno più tardi.
Ma andiamo per gradi e vediamo come questo dato sia rilevante per valutare opposte ipotesi relative allo sviluppo del giudizio morale.